COME A SEGUIRE IL VOLO D'UN GABBIANO
Stamattina,
mentre passeggiavo da solo
sul molo
ho incontrato un signore
che se ne stava seduto
con la schiena appoggiata
all’asta del faro: le gambe
penzoloni nel vuoto.
L’aria era nitida,
Portofino appariva
non più lontana
d’un paio di miglia.
L’uomo teneva la testa
lievemente piegata
all’indietro.
Aveva gli occhi socchiusi
e nella destra
stringeva il Corriere:
sembrava seguisse il volo
d’un gabbiano lontano,
che del resto non c’era.
Appena m’ha scorto,
s’è girato un poco col capo
e ha incominciato
a guardarmi. Ma si capiva
che il suo sguardo
era assente;
e chissà dove il pensiero.
Oltre la cinta foranea c'era,
sopra il suo nuovo
fiammante canotto, un mio
vecchio compagno di scuola
che stava calando i palamiti.
Io volevo chiamarlo
per fargli un saluto,
ma mi pareva di dare
fastidio a quell’uomo
così assorto e lontano.
Quando, per scendere,
gli son passato vicino
lui m’ha chiesto qualcosa,
e ci siam messi a parlare.
Dopo le solite prime quattro
o cinque parole, lui secco
m’ha chiesto che cosa
avrei fatto io al suo posto
se avessi appreso, attraverso
il giornale, d’avere a Milano
un figlio morto per droga.
- Del resto, melanconico aggiunse,
sono cose che fin troppo succedono!
Come impietrito da quel suo
crudo e inatteso esordire,
io sulle prime non ho saputo
cosa potergli rispondere.
Ma sono sicuro che in fondo
neanche lui s’aspettasse, da me,
né nessuna risposta, né altro.
- Lo so benissimo anch’io,
seguitò poi tutto d’un fiato,
che dovrei subito correre
al più vicino posto di Militi
per offrirmi di riconoscere quel morto,
che nessuno sa ancora chi sia,
e poi di volata rientrare a Milano.
Ma a sto punto mi venne
del tutto spontaneo di chiedergli
come facesse lui ad essere così certo
che fosse proprio suo figlio, quel tale.
Lui allora, spalancando il Corriere,
mi mostra una foto
dove c’era un giovane steso carponi
tra un chiosco di bibite
e un vecchio lampione;
e più sopra un titolo in grande:
GIOVANE NON ANCORA IDENTIFICATO
TROVATO MORTO PER DROGA!
E con voce ancora più rotta e malferma,
prosegue: - Lo so benissimo anch’io
che il morto è preso di nuca
e ha il viso quasi completamente coperto,
ma un padre riconosce subito il figlio:
anche se nascosto tra mille!
E poi aggiunse: - Eppure
era un gran bravo ragazzo.
Obbediente, pulito. A scuola,
uno tra i primi. Dopo, non si sa
cosa gli sia capitato, ha iniziato
a marinare la scuola, ad andare
vestito di stracci, a non fare
più il bagno. A bestemmiare,
e a insultarci per ogni nonnulla.
A non tornare più a casa, la notte.
- Poi abbiamo saputo che l’avevano visto
un po’ dappertutto: prima a Venezia;
poi a Roma, Napoli, Genova... e noi
a non saper più a che santo votarci.
A Torino, sembra sia stato persino
svariate volte rinchiuso in prigione.
- Sua madre, dapprima è impazzita
e poi è morta,
non reggendo al dolore:
sa, era il nostro unico figlio.
Io ero in commercio, ma che vuole,
ho dovuto lasciare
nel caso fossi chiamato d’urgenza
a raggiungere chissà dove mio figlio:
capisce, ogni istante è possibile!
Detto questo, aprì un poco i suoi occhi
stranamente asciutti e contriti:
si capiva che ogni giorno quell’uomo
viveva, fino allo spasmo più estremo,
l’incombente morte di quel suo figlio
che neanche sapeva dov’era,
e se ancora era vivo.
Poi, come sopraffatto
dal suo stesso, immenso dolore,
s’appoggia con la schiena
nuovamente all’asta del faro.
Le gambe penzoloni nel vuoto
e gli occhi socchiusi,
come a seguire il volo
d’un gabbiano lontano,
che del resto non c’era.
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